Addiction: scelta o malattia? Nature rilancia il dibattito

Il 6 febbrario scorso Nature ha aperto con un editoriale intitolato “Fattoria degli animali”, dedicato al tema dell’addiction (dipendenza patologica).

Il sottotitolo del brano era una dichiarazione d’intenti piuttosto evidente: “i politici europei non devono ascoltare le argomentazioni degli animalisti circa il fatto che l’addiction sia un problema sociale, piuttosto che medico“.

Nell’articolo si sosteneva l’assurdità delle azioni legislative europee tese a vietare la ricerca di laboratorio su cavie animali (citando a proposito anche il caso italiano), con particolare riferimento ai “meriti” universalmente riconosciuti a tale sperimentazione nel campo dell’addiction.

La tossicodipendenza è una malattia. Le immagini del cervello dei dipendenti patologici (addicts) – sostiene l’editoriale di Nature – mostrano alterazioni in regioni cruciali dell’apprendimento e della memoria, del giudizio e della scelta, e del controllo comportamentale”. Poiché nessuna di queste evidenze scientifiche è “particolarmente controversa tra gli scienziati, perché allora un crescente numero di politici europei vogliono tagliare la ricerca sull’addiction?”.

A distanza di un mese dalla pubblicazione dell’editoriale, Nature ha ricevuto numerose dichiarazioni di dissenso circa il suo contenuto, provenienti non tanto dagli attivisti per i diritti degli animali – che l’articolo citava unicamente nei termini di soli “promotori di messaggi seduttivi per i politici” – quanto da altri esponenti della citata comunità scientifica.

Tra questi 94 si sono spinti oltre rendendo ieri pubblica la loro lettera a Nature che probabilmente sarà ospitata nel prossimo numero della rivista settimanale.

Il principale punto di contestazione verso Nature evidenziato dai 94 è proprio l’aver indicato il modello “neuroscientifico” come “non particolarmente controverso” all’interno della comunità scientifica.

Senza andare troppo lontano, nel settembre 2013 l’European Monitoring Centre of Drugs and Drug Addiction ha pubblicato un volume dal titolo “Modelli dell’addiction dove riassume l’insieme degli approcci teorici e delle visioni sul tema dividendole in due macro-famiglie: quella che interpreta il comportamento individuale come un effetto di determinati processi reattivi di natura individuale e quelle che leggono il fenomeno addiction a livello più sociale e relazionale.

Le Teorie Biologiche che, approfondendo il circuito neurale che interessa l’addiction e le componenti del cervello interessate, la definiscono nei termini di una malattia cerebrale (ad esempio il ‘Disease Model’ (Gelkopf et al.,2002) o la ‘Serotonin theory of nicotine addiction’ (Hughes, 2007) sono solo una componente della prima famiglia.

Centrate soprattutto sulla sperimentazione animale, queste teorie utilizzano e sostengono un approccio neuroscientifico che sfocia spesso nel determinismo. Quando in un giornale leggete una notizia sensazionalistica sul tema addiction, ad esempio “I figli maschi ereditano resistenza alla cocaina“, è quasi certo che si riferisca ai risultati di un nuovo studio neuroscientifico sperimentale dove il cervello di un campione di topi indotti alla dipendenza patologica “ha rivelato” alterazioni significative nel cosiddetto “sistema della ricompensa“.

La ricerca neuroscientifica ha il merito indubbio di aver costruito modelli interpretativi capaci di chiarire alcuni aspetti dell’addiction meglio di altri approcci, come nel caso centrale della recidiva ovvero delle continue ricadute che caratterizzano il tossicodipendente anche dopo anni di astinenza. Se oggi possiamo dire di sapere che queste ricadute sono correlate al carattere permanente di alcune alterazioni cerebrali prodotte dall’esperienza stupefacente sin dalle prime occasioni di consumo, lo dobbiamo alla ricerca neuroscientifica su cavie animali.

Pur tuttavia la critica principale sulla rilevanza scientifica di tali approcci resta e potremmo tradurla più o meno così: quanto delle risposte offerte dalla ricerca neuroscientifica su cavie animali derivano dalle stesse condizioni indotte in laboratorio su queste e quindi non siano in grado di descrivere compiutamente un fenomeno complesso come l’addiction umana, caratterizzato da elementi di contesto evidentemente più articolati di un box di vetro?

Scrivono i 94 accademici nella loro lettera di protesta che l’abuso di sostanze stupefacenti non può essere scisso dal suo contesto sociale, psicologico, culturale, politico, legale e ambientale: non è semplicemente una conseguenza di un malfunzionamento del cervello.

Il dibattito, come si può notare, cade inevitabilmente sul concetto della scelta e delle condizioni che inducono o promuovono o semplicemente favoriscono un comportamento rispetto che un altro.
Perché ci comportiamo in un certo modo? Quanto questo deriva da condizioni intrinseche del nostro organismo, cui il cervello è parte, e quanto invece dal contesto in cui viviamo, da usi e costumi, fino al semplice incrociare nella propria vita alcune persone rispetto che altre?

Nella loro lettera di protesta verso la partigianeria di Nature verso l’approccio neuroscientifico, i 94 non negano l’importanza dei suoi risultati ma l’esclusività di questi e il suo, io direi inevitabile, istinto egemonico. I neuroscienziati hanno infatti una certa predisposizione verso l’ossessione deterministica che li induce a porre le loro verità su un piano più alto rispetto a quelle prodotte da altri approcci. Scomodando Thomas Kuhn si potrebbe dire che questo sia effetto del “paradigma” con cui tali ricercatori affrontano la realtà, contribuendo inevitabilmente alla costruzione di quest’ultima secondo una visione differente rispetto a quella promossa da chi ne utilizza altri.

In altre parole anche appurata la capacità da parte degli studi neuroscientifici con sperimentazione animale di definire al meglio ciò che accade dentro il cervello di un topo tossicomane quando, dopo un anno di astinenza, si trova a scegliere tra assumere o non assumere la sostanza d’abuso, l’insieme delle energie spese per questo tipo di indagine non può da solo reggere la sfida conoscitiva, politica ed etica dell’addiction.

In effetti questa è forse la critica più rilevante e più saggia che i 94 riassumono nella loro lettera a Nature così: “le molte sfaccettature dell’addiction sono troppo complesse per essere combattute sull’unico fronte della ricerca medica”.

A ben vedere però, quantomeno a livello di strategia comunicativa, il dibattito scatenato dall’editoriale di Nature è assai esemplificativo per un altro elemento. L’editoriale sembrava più aver bisogno di difendere la ricerca sperimentale su cavie animali piuttosto che parlare di addiction ed ha utilizzato quest’ultima solo per criticare l’azione legislativa operata da alcuni paesi europei per restringere fino all’annullamento la ricerca scientifica sperimentale sugli animali.

Tra le indagini di questo tipo, quelle nate esplicitamente per rispondere a quesiti sulla tossicodipendenza rappresentano un’esigua minoranza.

Se il fine era criticare il pressapochismo dei politici nel trattare la complessa materia dei limiti etici della ricerca scientifica, forse l’editoriale di Nature, più che di partigianeria verso le neuroscienze, ha difettato di strategia comunicativa.

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Banche e comunicazione sul debito + una proposta r.

“Il problema è che non abbiamo accesso al credito, ci fanno dei tassi da usura: 11%!” Imprenditore, Convegno High tech Carrara, 13/02/2014.
“Il vero problema odierno è l’accesso al credito” Laura Boldrini, Che tempo che fa, 2/02/2014.

Il problema dell’accesso al credito bancario è, a mio parere, un falso problema. O meglio, per essere più precisi, è una questione che, se affrontata sullo stesso piano della formulazione del problema stesso, è ad oggi inestricabile.
Prendersela col fatto che gli Istituti di credito non consentono tassi d’interesse agevolati per le iniziative familiari ed imprenditoriali è un po’ come prendersela con le case farmaceutiche perché costano troppo i farmaci per la pressione.

Se provassimo ad uscire dal piano concettuale dello scenario attuale e ci ponessimo con una visione più alta, d’insieme potremmo dire, denoteremmo questo:

  • ci sono gruppi di persone (solo raramente persone singole) che vorrebbero poter avere più servizi e più beni a pagamento, ma non possono perché altre persone che potrebbero fornirglieli richiedono come contro-partita del denaro che i primi non hanno;
  • ci sono gruppi di persone (riuniti in Istituti riconosciuti) che, per il fatto di conservare il denaro per conto di altre, possono prestarlo a fronte di una resa dell’investimento e della gestione di eventuali casi di insolvenza;

Questi interessi sono evidentemente contrapposti.

Da un lato il secondo gruppo (quello dei Banchieri o per meglio dire degli azionisti del sistema bancario) guadagna solo attraverso l’esistenza costante di una domanda capace di garantire i livelli di profitto attesi. Tradotto: alle Banche serve che persone ed organizzazioni NON possano gestire le relazioni di scambio secondo i propri mezzi, ma richiedano oltre questi, nell’ottica di una scommessa (l’investimento) che debba generare un ritorno del capitale e di una quota che possa tornare ai creditori, interni inclusi.

Dall’altro lato il primo gruppo (persone e organizzazioni) GUADAGNA solo nella misura in cui va oltre le proprie capacità di spesa, ovvero programmando scenari di rendita che superino l’investimento iniziale.

Questo scenario favorisce alcuni fenomeni degenerativi. Ne cito solo due: il privatismo, inteso come predisposizione al coltivare la propria programmazione senza condividerla con terzi fino al punto in cui si raggiunga un gruppo allargato di produttori (azionariato diffuso); l’attitudine conflittuale tra parti private che concorrono al credito dagli Istituti.

Una soluzione al finto problema del credito è molto semplice: consentire ad ogni organizzazione (comunità le chiamo io) di proporre servizi finanziari a terzi.

Per prodotto finanziario intendo una partecipazione diretta funzionale al favorire operazioni di scambio. Facciamo due esempi pratici:

  1. Una famiglia – comunità familiare – vorrebbe acquistare una casa. Ipotizziamo scelgano un immobile fuori dalla loro portata diretta. Oggi il meccanismo per superare questa situazione è il credito bancario. La casa costa 100, hai 30, la banca ti fornisce 70 e alla fine devi renderle circa 80, pagando l’operazione 110 (30+80). Se la famiglia potesse proporre servizi finanziari a terzi, potrebbe accedere a quel credito senza coinvolgere la banca, ma coinvolgendo, ad esempio, altre famiglie oppure altre comunità economiche. Nella misura in cui quella casa abbia ad esempio un garage e il garage sia valutato 20, la famiglia potrebbe: offrire il prodotto finanziario attraverso il quale quel bene, per 20 unità di valore, sia usufruibile dall’acquirente per un tempo t pattuito oppure il prodotto finanziario attraverso il quale a fronte del credito di 20 da parte dell’acquirente si assicura una rendita % pattuita per un tempo t definito.
  2. Un’impresa bisognosa di aumentare la sua capacità produttiva con un investimento in attrezzature, potrebbe farlo presentando un prodotto finanziario atto a coprire questo investimento mediante aumento del proprio capitale sociale oppure semplicemente atto a consentire il deposito fruttuoso di quell’importo a fronte di una rendita dell’operazione. Dobbiamo fare un film? Dobbiamo costruire un edificio? Emettiamo prodotti finanziari tarati per raccogliere questi fondi. Qualcuno potrebbe avere semplicemente forma e sostanza di pre-acquisti del prodotto finito, altri invece potrebbero essere basati sulla rendita eventuale al momento del ritorno del capitale.

Gli esempi mostrano un principio semplice: la base del fund rising, perché di questo dovremmo parlare (“raccolta fondi”), è acquisire capitale da qualcuno per produrre qualcosa.

Quando il qualcosa è il centro d’interesse di chi può fornire questo capitale sono innumerevoli gli strumenti trovabili (pensiamo ad esempio alle raccolte fondi delle ONG) e non necessariamente al remunerazione debba essere “finanziaria”, cioè di capitale. A volte sì, a volte no. Se co-produco un film dando 100 euro, magari sono contento di avere indietro un bene stimabile come il dvd del film finito (con valore monetario spese di spedizione incluse di ad esempio 20 euro) e una porzione di beneficio inestimabile come la soddisfazione di aver co-prodotto qualcosa di valore. Per qualcuno basta questo, per altri magari è invece necessario avere una rendita sull’investimento, quindi poter dire al produttore “ok ti do 100 euro, tu fai il film, tra tre anni mi rendi il dvd e 100 euro, ovvero il capitale investito e una rendita fisica, oppure 110 euro, ovvero il capitale con il 10% di rendita finanziaria”.

La chiave di tutto questo sta nell’idea di sovvertire un’organizzazione delle relazioni economiche fondata sull’intermediazione finanziaria e sul disinteresse produttivo. Ad oggi chi chiede finanziamento ad un banca non chiede partecipazione alla sua “idea imprenditoriale” o al suo progetto di vita. Chiede solo soldi.

Per contro la banca non vede un imprenditore o una famiglia, ma vede solo degli strumenti di rendita finanziaria e, in ottica di “azzardo morale”, la maggiore di queste rendite si ottiene da chi, presentate garanzie, si trova in uno stato di parziale difficoltà quindi di maggior bisogno, solvibile, cioè comunque associato ad una “capacità di saldo finale”.

In ottica revolutiva il capitale dovrebbe essere sempre associato ad una forma di partecipazione, quindi si deve colmare la distanza tra capitale e soggetti che con tale capitale arrivano a soddisfare dei bisogni.

Creando pluralità di possibilità finanziarie, centrate però sulla partecipazione (quindi l’interesse produttivo) e solo marginalmente sull’eventuale rendita del capitale stesso, si otterrebbero scenari economici ad oggi impensabili e soprattutto una crescita esponenziale del principale indicatore revolutivo: la solidarietà.

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Il più grande

 δὲ μείζων ὑμῶν ἔσται ὑμῶν διάκονος

“Il più grande di voi sarà il vostro servitore*”

Dal Vangelo #secondomatteo (Mt 23:11)

* Lett. “diacono” ovvero colui che serve spontaneamente, non il “servo”, ovvero chi è obbligato al servire.

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Case vuote. 2,4 milioni in Italia, 11 in Europa.

Ieri, su Corriere.it era possibile leggere una notizia del Guardian tramite un articolo a firma di Simona Marchetti, sintetizzato da questo titolo: “Oltre 11 milioni le case vuote. Potrebbero ospitare tutti i senza tetto del Vecchio Continente“.

La sintesi è interessante perché predispone una lettura pura della questione, per così dire, “estraniata” rispetto alle condizioni e premesse normative che determinano questa situazione.

Nessuna delle 11 milioni di case vuote finirà ad uno dei circa 4 milioni di cittadini europei “senza tetto”, se per “senza tetto” si intendono quanti sono impossibilitati ad acquisire il diritto esclusivo e privato di usufruire di una casa.

Il paradosso, come potremmo ricordare dai tempi di Epimenide di Creta*, favorisce però l’elaborazione dell’inganno.

Il mio problema come “senza tetto” dovrebbe essere ripararmi, trovare il ristoro del riparo. Se ci interessasse “dare un tetto” a chi non lo ha, basterebbe predisporre solo questo.

La questione è invece che, come sempre, da un lato si ha un’evoluzione tra bisogno e desiderio e dall’altro si coltivano entrambi all’interno di una cultura normata e istituzionalizzata.

Abbiamo bisogno di 11 milioni di case? Forse no. Evidentemente qualcuno desiderava realizzarle e oggi qualcuno può desiderare entrarvi dentro. Sulla necessità è tutto da valutare.

Molti di questi immobili ad uso civile sono stati costruiti nelle grandi città, favorendo la loro espansione metropolitana. Nel frattempo un numero quasi identico di case veniva abbandonato nei piccoli centri.

Di chi sono questi 2,4 milioni di seconde o terze case in disuso presenti in territorio italiano?

400.000 sono unità immobiliari in costruzione, una buona parte del resto sono beni che il mercato immobiliare non ha ancora collocato (alcune rilevazioni parlano di 1 milione), altri non sono in vendita.

Perché una casa resta inutilizzata?

  • Chi ne detiene il diritto di proprietà non ha bisogno di usufruirne direttamente o indirettamente
  • Chi ne detiene il diritto di proprietà non è ancora riuscito a piazzarla sul mercato immobiliare ad un valore pari alla sua aspettative
  • Chi ne aveva usufruito prima o è morto o ha cambiato domicilio e la parcellizzazione della proprietà del bene tra molti eredi ha reso complesso organizzare la gestione dello stesso, anche a fini di vendita

Su ciascuna di queste condizioni si può operare, avendone la volontà.

La questione è sempre a chi si vuole assicurare una migliore condizione, peggiorando quella di qualcun altro. O forse migliorandogliela, ma senza che ve ne riconosca alcun merito.

* quello di “tutti i cretesi sono bugiardi”

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L’unica alternativa

L’unica alternativa è quella dove all’io è sostituito il noi, alla responsabilità privata quella comunitaria, ai confini la condivisione. Tutto il resto è, più o meno ordinaria, amministrazione.

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Mio nipote, 14 anni: “contano solo i soldi, sai dove te la metti la cultura”. Una breve risposta a freddo.

Qualche giorno fa sono stato testimone partecipante di un bel dibattito tra mio nipote e mia suocera.
Mio nipote, quattordicenne, fronteggiava sua nonna, ex-maestra elementare oggi pensionata, sul tema “l’importanza dello studio“.
La sua argomentazione ha trovato sintesi precisa quando si è trovato a rispondere all’indicazione di mia suocera “senza la cultura poi dove vuoi andare?“. Senza troppo riflettere, quindi con l’istintiva sincerità dell’adolescenza, le ha risposto “contano i soldi nonna, altrimenti sai dove te la metti la cultura …“.

Dobbiamo saper capire le esperienze in cui ci troviamo. Ogni esperienza è una risorsa che, in ottica revolutiva, ci pone di fronte ad una rielaborazione del nostro equilibrio morale. A volte le esperienze possono rafforzarne alcuni tiranti, a volte indurci ad allentarne altri, fino allo scioglierne alcuni direttamente dai punti di ancoraggio.

Mio nipote stava esprimendo una tesi composta da due concetti molto semplici: il motore dell’esistenza sociale contemporanea sono i soldi, lo studio produce cultura non la capacità di ottenere più denaro.

Un revoluzionario non ragiona per deviazioni sul tema e soprattutto non ha pregiudizi analitici. Bando quindi a chi affronta questi discorsi stracciandosi le vesti sull’importanza della cultura, del sapere, del conoscere. Allo stesso modo bando a chi ideologicamente etichetta queste riflessioni come la “degenerazione” della società che si è ormai “venduta” a qualcosa che Lutero definì “lo sterco del demonio” (le battute sono libere a riguardo).

Io vorrei quindi concentrarmi su due elementi sintomatologici, due segnali, che la tesi di mio nipote ha esplicitato: il primo è il riconoscimento del denaro come fine, il secondo è l’equivalenza tra studio e cultura.

1. Denaro quale fine
E’ innegabile che la nostra organizzazione sociale contemporanea si regga sul principio che l’accumulazione del denaro sia un sintomo di corretto comportamento. Per qualcuno ancora oggi l’accumulo del denaro deve passare dalla relazione con una fatica (il lavoro) degnamente retribuita, ma questo, agli atti, è un dogma morale assolutamente falso.
La maggioranza della rendita che muove il mondo non è legata alla retribuzione di una fatica, ovvero di un lavoro. Tutt’altro. La rendita maggiore, ovvero ciò che oggi consente maggior accumulo di denaro, sono proprio attività non faticose: investimenti finanziari, scommesse, rendite immobiliari.
Una società che educa al principio secondo cui il denaro sia il fine dell’esistenza sociale, o quantomeno ne rappresenti il motore principale, è quindi una società che non educa al lavoro, né allo studio, né tanto meno alla solidarietà.
Per fare i soldi il primo assioma è averli già, il secondo è darli a chi li fa fruttare, il terzo è favorire la sopravvivenza delle regole di sistema che rendono tutto ciò possibile.

Il primo assunto di mio nipote “contano i soldi” è quindi corretto, se e solo se premettiamo l’idea che questo sistema di organizzazione sociale duri e soprattutto se e solo se stiamo parlando di quelle relazioni centrate sulla soddisfazione di bisogni che le relazioni sociali più profonde (ad esempio quelle familiari) non riescono a garantire. A titolo di esempio quel giorno mio nipote stava mangiando a casa mia dei prodotti che la mia famiglia aveva acquistato. Non ha “pagato” lui per avere quel cibo, quindi “non contano solo i soldi”, ma comunque, e a ragione, lui potrebbe obiettare che qualcuno, per quel pasto, ha pagato, visto che io e mia moglie non facciamo agricoltura di sussistenza.

La soluzione centrale quindi non è contrastare questo assunto di mio nipote. E’ inutile perché infondo, anche se ci infastidisce sentircelo dire in quanto attori partecipanti e promotori di questo sistema, noi abbiamo reso l’accumulo di denaro il fine dell’esistenza sociale. La soluzione è aiutarlo a cogliere il fatto che anche lui è ai margini di questo sistema e che sebbene oggi possa pensare che ottenere denaro sia, proprio perché “obbligatorio”, anche facile, questo è un inganno. Ottenere denaro è oggi indispensabile ma non necessariamente garantito. E questa è una argomentazione. E’ un piccolo tassello di un percorso revolutivo centrato sulla destrutturazione di convinzioni false.

2. Equivalenza tra studio e cultura.
Durante l’Università, per un corso di Sociologia dell’organizzazione, scrissi una tesina dal titolo “A cosa serve la scuola?“. Se affrontata con gli occhi dei principi sovracitati la scuola è intrinsecamente un inganno, perché nasce per una finalità – fornire un’istruzione più elevata alla popolazione – senza che questa abbia un’attinenza diretta e circostanziata con quello che appare il fine ultimo dell’esistenza sociale, ovvero accumulare denaro.
Oggi come oggi lo studio quale raccolta di informazioni slegate dalla loro “profittabilità” palesa una crisi di sistema.
Il problema sta forse proprio nella frase dedotta da mio nipote: “contano i soldi, altrimenti la cultura sai dove te la metti”.
Lui non ha detto “lo studio”, ha usato la parola “cultura”.
Ecco questo è il nocciolo del problema, a mio parere.
La scolarizzazione è letta come un processo teso a trasferire cultura, mentre trasferisce, o cerca quantomeno di farlo, solo informazione, oltre che educare ad un certo metodo di organizzazione sociale (la figura autoritaria e autorevole del docente, le classi, la valutazione quantitativa e qualititativa di una performance individuale e via di seguito).
La cultura non è l’insieme delle informazioni più o meno scientifiche presentate nei volumi scolastici. E’ qualcosa di molto più articolato ed eterogeneo. Le competenze di mio nipote sui giochi on-line sono cultura, una parte, molto circoscritta, che genera forme aggregative di nicchia, ma pur sempre cultura.

Il secondo assunto di mio nipote, ovvero la tesi secondo cui la cultura è un in più rispetto alle attività che consentono accumulo di denaro, è quindi sbagliato, ma per dimostrarlo bisogna andare su un piano più alto.

La cultura è quello che ad esempio consente a lui e ai suoi amici di giocare in modo conviviale tramite attrezzi (smartphone) collegati in rete. Il problema è che nella cultura si può stare con posizioni più attive e posizioni più passive. Oggi, proprio in nome del principio che il denaro sia il fine, le forze economiche più egemoniche cercano di spingere le persone al ritagliarsi un ruolo perlopiù passivo e di nicchia, preservando per sé quello più attivo.

In altre parole oggi chi ha il potere economico crea i giochi su cui ha bisogno che una certa massa critica di persone spenda il proprio tempo. Su quei giochi (la borsa, facebook, il sistema delle scommesse, i videogames, la produzione artistica) si può creare cultura, si possono addirittura generare culture, ma la questione è che nessuna di queste, in sé, è automaticamente capace di fornire denaro. Viceversa sono degli ottimi strumenti per farcelo “spendere”.

L’altro giorno, davanti a mio nipote, sono rimasto in silenzio. Sua nonna aveva le sue risposte, ma io non ne avevo di mie.

Oggi forse gli direi che ha il torto di ogni ragione: promuovere certezze generandole in conseguenza.

Se crederà fermamente in quel che ha detto, mio nipote imposterà molte delle sue scelte in conseguenza e la sua partecipazione all’esistenza sociale sarà centrata su quei principi. Perderà qualcosa, ne otterrà altre.

La differenza sarà però sostanziale in un punto: la sua distanza dalla verità.

Conoscerà il gioco dell’umanità contemporanea forse al punto di sapervisi destreggiare con capacità, massimizzando i profitti, ma questo passerà dal suo ignorare il fatto che sia un gioco e che grazie anche a lui qualcuno ne paga già le conseguenze.

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Livorno, venerdì 7 marzo la prima presentazione di Verità privata del Moby Prince

Venerdì 7 marzo 2014 presso la libreria La Feltrinelli di Livorno si terrà la prima presentazione di Verità privata del Moby Prince.
L’inizio è previsto alle ore 18:00.

Insieme a me saranno presenti Loris e Angelo.

invito

Locandina

Locandina

 

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