Analfabetismo di ritorno

Da un interessante articolo di Loredana Lipperini trovo una citazione di Tullio De Mauro

Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra.

Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra.

Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile.

Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20% della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea” (il resto dell’articolo qui)

Di quel 20% di “istruiti capaci di esprimersi e far di conto” 4 su 5 (4/5) sono laureati, 1/5 almeno diplomato. Tra i laureati circa il 70% è occupato e quindi circa il 30% è disoccupato.

Di quel 70% i laureati in fascia 25-34 anni guadagnano molto meno dei laureati 55-64 anni. In numeri semplici: se oggi un 55enne diplomato assunto a tempo indeterminato guadagna in media 1300 euro al mese, il suo coetaneo laureato ne guadagna in media 2548 (+96%), mentre a fronte di un 30enne diplomato che guadagna in media 1500 euro al mese, il suo coetaneo laureato ne guadagna 1635 (+9%).

Sapremo anche leggere ed esprimerci quindi, ma a quanto pare ci è precluso un livello di reddito che, almeno un tempo, era da stimolo per lo studio.

Evidentemente il sistema non funziona, la promessa della scolarizzazione di renderci un popolo migliore è caduta sotto il peso di un fallimento quantitativo e qualitativo.

Istruire a livello medio il 70% della popolazione e a livello avanzato il 15% non ci ha reso più benestanti. Perché?

Troppo pochi? Forse. Ma perché non il contrario? Il paese a quanto pare non è in grado di dare una giusta destinazione a questo esercito di laureati e diplomati. Non è in grado, per com’è organizzato, di assicurargli una posizione, un lavoro stabile, persino il riconoscimento della necessità della loro presenza.

In generale siamo certi che abbiamo bisogno di questo tipo di percorsi di apprendimento?

Resto colpito dalla lucida analisi di De Mauro. E’ vero, l’80% delle persone che mi circondano spesso hanno difficoltà a seguire a livello di attenzione persino il più elementare dei ragionamenti. Eppure molte di queste fino ad oggi sono riuscite a sopravvivere in questo mondo, spesso meglio di me.

Leggere, istruirsi, cercare risposte a domande più o meno profonde è evidentemente oggi un esercizio che il sistema Italia disincentiva. Tutti parlano della necessità di saper innovare, saper investire in ricerca e sviluppo, saper inventare. Ma quanto il sistema Italia sa fornire a chi è capace di innovare, ricercare, inventare, una giusta retribuzione o almeno il riconoscimento dell’essere risorsa?

L’inganno è ancora una volta il nodo della questione. Il nostro restare colpiti e poi fuggire di fronte ai dati raccontati da De Mauro deriva dalla nostra incapacità di riconoscerci come ingannati.

Perché se istruirsi è “moralmente” giusto – e tutti lo abbiamo interiorizzato – e se oggi chi si istruisce è “realmente” svantaggiato, allora non resta che far vacillare la nostra convinzione. Perché ci dobbiamo credere ancora?

Ivan Illich scriveva “La scuola è l’agenzia pubblicitaria che ti fa credere di avere bisogno della società così com’è” (Descolarizzare la società, 1972)”. Io non sono d’accordo. Capisco quella provocazione, saggia, ma la scuola è tanto di più. Educazione collettiva, confronto generazionale e intergenerazionale, emancipazione culturale dalle condizioni  di nascita. 

La domanda però è: siamo in grado di gestire le conseguenze della scolarizzazione?

Se la scolarizzazione, o quantomeno una parte di essa, spinge al cambiamento, può un sistema chiuso e fermo come quello contemporaneo permettersi di proseguire su questo cammino?

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About Francesco Sanna

prima dei complementi oggetto e del soggetto, "sono"
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