La mia generazione sta perdendo (un’occasione)

La mia generazione non conosce cosa sia il posto fisso e il calcolo contributivo a fini pensionistici. La mia generazione non sa cosa significhi risparmiare per comprarsi una casa. Nel 90% dei casi o la casa gliel’ha comprata il genitore o l’ha ereditata o è di una banca che ha chiesto garanzie al genitore di cui sopra per un mutuo trentennale. La mia generazione sa cosa significhi lavorare e non essere pagati, impantanarsi nei recupero crediti, nelle strategie di negoziazione dei sindacati, negli uffici del dibattito extragiudiziale.

La mia generazione sa quanto faccia schifo questo Stato. L’ha conosciuto sulla sua pelle, ne ha fatto orribile esperienza diretta a Genova nel 2001, ne continua a saggiare i contorni nel quotidiano “tirare avanti” indifferente delle istituzioni. Ora ci troviamo con una pala in mano a sentirci dire “chi vi ha autorizzato?”, ora nell’aula di un tribunale ad ascoltare la fantasiosa deposizione dei poliziotti assassini del nostro amico (che abbiamo imparato ad accettare quasi-impuniti), ora davanti all’ennesimo consulente commercialista che ci frega tempo e denaro perché siamo troppo piccoli per essere presi per mano e introdotto ai misteri del “sistema”.

La mia generazione sta perdendo. Ha perso e continua a farlo. Scappa ora per mancanza di lavoro retribuito, ora per miraggio di una formazione abilitante, ora per la minaccia di un violento impunito. Poi si distrae nel suo bisogno comunque di trovare soddisfazione in questa esistenza: una raccomandazione qua, un po’ di alcol là, qualche sostanza, soprattutto la principale delle droghe, cioè qualsiasi sistemino accessibile e magari socialmente accettato – se non incentivato – il cui uso compulsivo ci dia un po’ di gratificazione. Ci ripaghi di quello stress che sprigiona tutto il resto.

La mia generazione sta perdendo ed è in queste circostanze che si crea il terreno fertile per le rivolte, per i grandi cambiamenti etici, culturali e politici. Eppure anche questa occasione, la stiamo perdendo. Inseguiamo gli uomini forti, le corsie preferenziali, la battaglie di potere e non contro il potere.

La mia generazione potrebbe cambiare la storia. Basterebbe il coraggio di unirsi, l’acume di raccogliere il nucleo di imperativi che fanno un pensiero nuovo e realizzabile, la sensibilità di porre di fronte nell’analisi e nella pratica ciò che è più giusto perché più vero.

La mia generazione potrebbe uscire dall’inganno ma vi è immersa come mai nessuna altra prima. E’ tenuta lontana da ogni fonte di verità, è sedata da immaginario e promesse della cultura dominante. Ma può trovare la sua via di uscita e il modo di renderla la strada di una alternativa possibile. Dell’unica che la storia ci consentirà.

Per me questa passa dal superamento dell’individualismo (quale battaglia è più difficile oggi?) nella direzione di un’etica centrata sul noi, sull’essere parte di comunità. Passa dalla fine del capitalismo, quindi della sacralizzazione del denaro quale motore di ogni relazione umana e linfa di ogni sistema produttivo, per arrivare ad un sistema socio-economico centrato sulla sostenibilità sociale ed ecologica del suo adattamento; un sistema a misura di tolleranza umana e naturale, finalmente integrato nel contesto di un pianeta che non riesce più, in alcun modo, a tollerare la nostra eccezionalità distruttrice. Passa dall’inversione delle migrazioni demografiche dalla periferia a centri sempre più congestionati, nell’idea di creare comunità territoriali radicate, accoglienti nella propria diversità, a misura di tolleranza umana dello stress relazionale. Passa dalla responsabilizzazione comunitaria a fronte di quella individuale, dalla presa in carico collettiva di ogni fenomeno destabilizzante fino alla definizione accettata di un nuovo equilibrio sociale. Passa dalla certezza della rieducazione, poiché è certa l’educazione. Passa dal lavoro, utile, e dal rifiuto della fatica inutile, dell’eccesso, del superfluo. Passa dalla fine del conflitto di classe, quindi dalla fine dell’apartheid in cui noi 99% siamo tenuti per garantire la soddisfazione del desiderio dell’1% della popolazione umana terrestre. Passa dalla fine della religione, intesa come cieca credenza, per lasciare spazio alla fede consapevole, di qualsiasi natura e genere. Passa dal contrasto ferreo a qualsiasi violenza fisica. Passa da dove la storia ci imporrà che passi.

Altrimenti resteremo in balia di una tempesta, verso la quale abbiamo scelto di combattere col solo beneficio di un fazzoletto.

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Tendere verso il vero

Siamo spinti dalla nascita ad allontanarci dal vero.
Eppure  continua a rapirci.
Assorbiamo fiabe, aneddoti, identità rappresentate, racconti.
Riempiamo il nostro tempo della loro realtà.
Ci lasciamo educare dai loro messaggi edulcorati.
La piacevole e lenitiva arte della divagazione mentale.
Della creazione narrativa.

Costruiamo la realtà perché non riusciamo ad accettare il vero.

Il vero ci spaventa, ci rapisce. Annienta la nostra esorcizzazione.
Il linguaggio stesso nasce dal nostro bisogno di controllare il vero, di imbrigliarlo, soggiogarlo alle nostre regole.
Ma il vero è la stella polare dell’animo libero.
Chi è libero non teme il vero e non teme di farsi sconvolgere dal vero.
Ora nelle forme di un imprevisto che ribalta un programma giornaliero.
Ora nelle forme di un evento cui reagire.
Ora nelle forme dell’assenza di risposte che segue l’assenza di domande.

Io stimo chi tende al vero, chi coltiva il bisogno di dargli spazio a prescindere da tutto il resto.
Di darle voce.
Al vero maschio.
Alla verità femmina.

Tempo fa un caro amico mi ha chiesto perché non scrivo romanzi.
Perché i romanzi sono un inganno e ve n’è già a sufficienza.

Per uscire dall’inganno l’unica ricetta è il vero.
L’unico antidoto. L’unica terapia. L’unica cura.

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L’unica rivolta in cui credo

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#Iosono141. Il 9 aprile lettura pubblica del libro “Verità privata del Moby Prince”

Con piacere, onore e una punta di sottile imbarazzo, sarò presente a questa lettura pubblica di Verità privata del Moby Prince. Un grazie sentito a Francesca Talozzi ed Effetto Collaterale.
Ci vediamo il 9 aprile.

EFFETTO COLLATERALE associazione

#iosono141 Il prossimo 10 aprile saranno 23 anni dalla strage del Moby Prince e sarà proprio Effetto Collaterale ad aprire il programma di iniziative promosso dall’ associazione 140 in collaborazione con Comune, Provincia e Regione.  La sera del 9 aprile al Nuovo Teatro delle Commedie di Livorno andrà in scena la lettura pubblica e collettiva del libro di Francesco Sanna “Verità privata del Moby Prince” , che racconta quanto accadde la notte del 10 aprile 1991 e le vicende che seguirono attraverso le testimonianze di quattro familiari delle vittime .

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L’unica battaglia dei lavoratori

Superare la distinzione tra proprietà e lavoro. Una quota del reddito da lavoro dovrebbe essere destinato a quota di capitale sociale e quindi il lavoratore dovrebbe poter partecipare alla gestione d’impresa.

Non dev’essere un obbligo gestire, ma una possibilità data dalla porzione di proprietà acquisita.

Ogni lavoratore dev’essere comproprietario, azionista, parte dell’impresa per cui opera. Ogni fornitore dovrebbe essere azionista dell’impresa per cui offre i servizi.

Questo non significa portare tutti i sistemi d’impresa a quello cooperativo. Il sistema cooperativo ha un approccio gestionale suo, che non necessariamente è il più corretto. Io non credo lo sia, quantomeno.

Si tratta di trovare forme molteplici di relazione economica, fondate però su una premessa centrale: il lavoro è una strada attraverso cui si dovrebbe avviare inevitabilmente l’acquisizione di quote di proprietà.

Se il capitale fino ad oggi è servito per liberare gli esseri umani da ogni necessità relazionale, oggi è necessario usarlo come strumento di rapporto, di legame.

Questa è l’unica battaglia seria che dovrebbero compiere quanti desiderano un sistema economico differente.

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Analfabetismo di ritorno

Da un interessante articolo di Loredana Lipperini trovo una citazione di Tullio De Mauro

Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra.

Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra.

Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile.

Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20% della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea” (il resto dell’articolo qui)

Di quel 20% di “istruiti capaci di esprimersi e far di conto” 4 su 5 (4/5) sono laureati, 1/5 almeno diplomato. Tra i laureati circa il 70% è occupato e quindi circa il 30% è disoccupato.

Di quel 70% i laureati in fascia 25-34 anni guadagnano molto meno dei laureati 55-64 anni. In numeri semplici: se oggi un 55enne diplomato assunto a tempo indeterminato guadagna in media 1300 euro al mese, il suo coetaneo laureato ne guadagna in media 2548 (+96%), mentre a fronte di un 30enne diplomato che guadagna in media 1500 euro al mese, il suo coetaneo laureato ne guadagna 1635 (+9%).

Sapremo anche leggere ed esprimerci quindi, ma a quanto pare ci è precluso un livello di reddito che, almeno un tempo, era da stimolo per lo studio.

Evidentemente il sistema non funziona, la promessa della scolarizzazione di renderci un popolo migliore è caduta sotto il peso di un fallimento quantitativo e qualitativo.

Istruire a livello medio il 70% della popolazione e a livello avanzato il 15% non ci ha reso più benestanti. Perché?

Troppo pochi? Forse. Ma perché non il contrario? Il paese a quanto pare non è in grado di dare una giusta destinazione a questo esercito di laureati e diplomati. Non è in grado, per com’è organizzato, di assicurargli una posizione, un lavoro stabile, persino il riconoscimento della necessità della loro presenza.

In generale siamo certi che abbiamo bisogno di questo tipo di percorsi di apprendimento?

Resto colpito dalla lucida analisi di De Mauro. E’ vero, l’80% delle persone che mi circondano spesso hanno difficoltà a seguire a livello di attenzione persino il più elementare dei ragionamenti. Eppure molte di queste fino ad oggi sono riuscite a sopravvivere in questo mondo, spesso meglio di me.

Leggere, istruirsi, cercare risposte a domande più o meno profonde è evidentemente oggi un esercizio che il sistema Italia disincentiva. Tutti parlano della necessità di saper innovare, saper investire in ricerca e sviluppo, saper inventare. Ma quanto il sistema Italia sa fornire a chi è capace di innovare, ricercare, inventare, una giusta retribuzione o almeno il riconoscimento dell’essere risorsa?

L’inganno è ancora una volta il nodo della questione. Il nostro restare colpiti e poi fuggire di fronte ai dati raccontati da De Mauro deriva dalla nostra incapacità di riconoscerci come ingannati.

Perché se istruirsi è “moralmente” giusto – e tutti lo abbiamo interiorizzato – e se oggi chi si istruisce è “realmente” svantaggiato, allora non resta che far vacillare la nostra convinzione. Perché ci dobbiamo credere ancora?

Ivan Illich scriveva “La scuola è l’agenzia pubblicitaria che ti fa credere di avere bisogno della società così com’è” (Descolarizzare la società, 1972)”. Io non sono d’accordo. Capisco quella provocazione, saggia, ma la scuola è tanto di più. Educazione collettiva, confronto generazionale e intergenerazionale, emancipazione culturale dalle condizioni  di nascita. 

La domanda però è: siamo in grado di gestire le conseguenze della scolarizzazione?

Se la scolarizzazione, o quantomeno una parte di essa, spinge al cambiamento, può un sistema chiuso e fermo come quello contemporaneo permettersi di proseguire su questo cammino?

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Piante

“Le piante hanno una struttura modulare che gli consente di perdere fino al 90 per cento del loro corpo senza morire, nel mondo animale non esiste niente del genere”

Stefano Mancuso, da How smart are plants (New Yorker – trad. it. L’intellingenza delle piante, Internazionale n. 1042)

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